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MITOBIOGRAFIA Anna Fresa architetto e designer

Il mio profilo professionale cominciò a frastagliarsi presto, nell’infanzia, quando davanti ad una tela bianca, montata sul cavalletto di legno regalatomi dalla befana, decisi di non saper dipingere e che il mio sogno di fare la ‘pittrice’ era definitivamente svanito. Il cavalletto è ancora con me ed anche il mio sogno, che però si tramutò, successivamente, in quello più pragmatico, ma non meno entusiasmante, di fare l’architetto.
Durante gli studi universitari mi appassionai molto alla storia dell’architettura ma poi, assecondando il mio zigzagare tra le inclinazioni, mi laureai con una tesi in progettazione architettonica, abbandonando, senza rimpianti, il mondo della teoria pura.
Cominciai, come tutti, il mio tirocinio negli studi professionali, ma la ‘gavetta’ durò poco, forse troppo poco e, insofferente al lavoro subordinato e, soprattutto, grazie alla fiducia del mio generoso entourage familiare, a cui devo i primi incarichi, ebbi l’opportunità di aprire un piccolo studio, muovendo i primi passi nella libera professione.
La sirena del cambiamento, però, si palesò quasi subito, spedendomi per circa due anni a Barcellona, con una borsa di studio all’Università di Catalunya, avviandomi così sulla strada della carriera universitaria.
Indagai diligentemente sulle influenze dell’architettura mediterranea nel movimento moderno, condensando tutto in un dattiloscritto che, in un impeto di estrema fiducia, inviai per posta ad Alberto Sartoris, ultimo superstite degli architetti moderni, novantenne ma ancora perfettamente lucido. Nella sua lettera di risposta, scritta a mano con la sua nota ed inconfondibile calligrafia, mi invitò a casa sua in Svizzera, dove mi esortò a completare la ricerca e si offrì di scriverne la prefazione.
I miei propositi, benché suffragati da tale celebre personaggio, durarono poco.
Estranea, per natura, ai misteriosi disegni del mondo accademico, mi resi conto, dapprima rattristata e poi felice per un rinnovato senso di libertà, che all’Università non c’era spazio né per me, né per il mio libro.  Ritornata a Napoli fondai, insieme ad un collega, X-Studio Architettura, in un bellissimo loft nella centrale zona di Chiaia.
Seguirono anni di professione felice, almeno nel ricordo, nei quali ho potuto esercitare, in tanti settori e con soddisfazione, un mestiere creativo e stimolante, spinta principalmente dalla curiosità e dall’impulso piuttosto che dall’ambizione.
Intanto, mentre con il nuovo millennio, l’ombra della crisi economica si allungava sulle vite di tutti, compresa la mia, il destino mi portò a Parigi, dove incontrai la mia antica passione: l’arte. A volte i sogni sono ambigui, finalmente compresi che non volevo diventare pittrice, amavo semplicemente l’arte in generale e, inconsapevolmente, rifuggivo dalla pura forma. E così al lavoro di architetto si aggiunse quello di gallerista. Fondai a Napoli, insieme ad un amico, la Dafna Gallery e a Parigi aprii la sede francese di X-Studio Architettura, dividendomi, di fatto, tra due paesi e due professioni. Ma ciò che il destino determina è talvolta disfatto dal caso e, per una serie di circostanze, ritornai a Napoli, dove da qualche anno lo  studio di architettura e la galleria sono uniti dal grande terrazzo al primo piano del  prestigioso Palazzo settecentesco dei Principi Albertini di Cimitile.
Oggi il mio sguardo è diverso, ho ritrovato la tela del cavalletto che ora mi sembra più docile e che posso finalmente riempire, dando forma, però, solo a quelle idee che riesco ad afferrare alla fonte della conoscenza.
Preferisco, perciò, i progetti piccoli, gli oggetti, il cui senso non mi sfugga e che posso narrare con parole di cui conosco il significato profondo, parole dense, impermeabili alle continue interferenze e alle emissioni prive di senso.
La geometria, la natura, le galassie possono condensarsi in qualche tratto ed emettere tutto il loro potere persuasivo che ci fa dire che un oggetto è bello e che vale la pena di costruirlo. Questa è l’avventura nella quale ho voglia di cimentarmi ora, non solo per dare un senso a tante esperienze diverse ma, soprattutto, per giocare ad un gioco di cui ebbi paura e di cui comincio ad intravedere le regole.